Vol III n.19
Relazione di Tirocinio presso la “Rossi-Sidoli”- Compiano (Pr)
Il mio rapporto con la Rossi Sidoli e la terza età è strettamente legato dal rapporto didattico formativo con il tutor, Roberto Bellavigna, che ho avuto la fortuna di conoscere cinque anni fa. Dico fortuna perché a lui, in assoluto, devo l’interesse per la musicoterapia che mi ha permesso, in seguito, di arricchire la mia formazione professionale e soprattutto umana in questi ultimi anni. Ritengo che sia una premessa necessaria, oltre che dovuta, poiché spiega la presenza della Rossi-Sidoli nel mio percorso ed il mio interesse per la musicoterapia con le persone nella terza età. Roberto Bellavigna, infatti, opera in questa cura di cura da molto tempo, ed là che ho iniziato a partecipare ai seminari, anni fa, frequentandola in seguito come tirocinante. Il mio tirocinio, in effetti inizia allora, con il primo seminario, in un luogo che mi spaventava, per motivi di vissuti personali, e che nello stesso tempo mi incuriosiva. Compiano è un posto suggestivo, nel parmense e la Casa di Cura mi ha subito colpita per l’organizzazione, la location e per la ricchezza delle proposte riabilitative; mi aspettavo un luogo triste e, al di là della sofferenza di tanti ospiti, ho trovato un posto comunque accogliente e di molto curato. I luoghi dove si svolgono gli incontri di musicoterapia sono diversi: c’è un salone, dove si riuniscono i gruppi, c’è la palestra per la riabilitazione, ci sono le stanze degli ospiti; in tutti questi posti la presenza della musica e di Roberto accompagnano la vita ed anche la morte degli anziani residenti. Io ho frequentato la casa di cura per trenta ore, suddivise in 4 weekend ed ho partecipato alle sedute di mt, passando da un ruolo di osservatore ad un’azione più diretta, badando sempre a non risultare invasiva nella relazione delicata e già consolidata del musicoterapeuta con persone che hanno bisogno di punti di riferimento costanti.
La giornata della musicoterapia in casa di cura è organizzata secondo questo schema: h 8,30 -9 ginnastica dolce, con fisioterapista;h 9-10attività musicale con gruppi; 10-11 attività con singoli o piccoli gruppi; 14-15 gruppo, 15-16 singoli;16-17 interventi nelle camere private. Gli ospiti sono anziani con patologie cliniche e demenze; il lavoro è coordinato con quello dell’equipe riabilitativa (medici, fisioterapista, psicologo, infermiere..) e con l’animatore della struttura per un progetto di riabilitazione condiviso. L’impostazione metodologica di musicoterapia è basata sulla relazione: relazione tra soggetti con identità diverse, il musicoterapeuta e l’anziano. In quest’ottica relazionale i bisogni sono il punto di partenza di progetti riabilitativi, cognitivi e sociali a breve, medio e lungo termine; la musica in terapia quindi è un tramite di risposta alle esigenze. Parlando di identità l’avvio è nella valorizzazione del patrimonio culturale dell’anziano, questo per motivi di ordine scientifico e culturale: tanti anziani amano ripensare alla propria vita passata: i ricordi, soprattutto quelli gradevoli, sono in grado di favorire l’ elaborazione razionale dunque anche la facoltà di parlare. Stimolare la memoria, quindi, è un modo per ostacolare la comparsa delle sindromi da demenza con e i deficit della memoria che essa provoca. In più, secondo recenti studi svolti, risulta che la sollecitazione della memoria agisce efficacemente sull’affettività: rivivendo nel ricordo, gli eventi passati connotati emotivamente consentono alle persone anziane di sentirsi coinvolti grazie ad emozione già provata e riconosciuta. Le immagini associate ad emozioni vengono ricordate più saldamente e che le immagini legate alla sfera individuale hanno un maggior impatto emotivo; inoltre gli studi constatano che le immagini che hanno una coloritura emotiva e che si riferiscono alla nostra sfera personale sono più durature. Le canzoni e la ricostruzione, per quanto possibile, del loro paesaggio sonoro, sono, quindi, una “chiave giusta” di accesso privilegiato alla memoria. Nell’approccio terapeutico di Roberto Bellavigna le canzoni della “memoria” hanno anche un carattere culturale che le pone come punto di partenza del discorso musicoterapeutico: poiché per le persone nate nella prima metà del secolo scorso era consuetudine impiegare il canto e la musica per accompagnare le attività lavorative, le feste (politiche, religiosiose, goliardiche, da osteria), per consolare durante gli avvenimenti di distacco e dipartita (canto come ricordo del proprio paese natio, canti di guerra, morte di un congiunto o di un amico, lontananza dalla famiglia) la musica rendeva comunque il soggetto protagonista nell’agire sociale, la pratica canora accompagnava in modo rilevante i vari momenti della vita. La canzone aveva una forte caratterizzazione aggregativa: univa nella distanza, leniva il dolore, procurava gioia e divertimento. Oggi, invece, la persona è assoggettata ai criteri commerciali dell’editoria, che può gestire oggetti musicali e influenzare i gusti. Da queste premesse, e dalla conoscenza diretta delle persone sono stati individuati alcuni obiettivi per permettere un cambiamento positivo in una prospettiva umanistica:
-Scandire la temporalità creando momenti di svago e di proposta.
-Incentivare la condivisione di interessi comuni per facilitare i rapporti sociali
-Stimolare la capacità cognitiva e l’immaginazione, attivare la memoria, ristabilire e migliorare la concentrazione.
-Essere promotrice di attività che implicano esercizio fisico stimolare e sostenere l’affettività e le emozioni del malato attraverso la memoria autobiografica e la sua connotazione emotiva
-Promuovere nuovo apprendimento.
-Rivalutare il soggetto come fonte sonora creativa dalla quale attingere idee e insegnamenti .
Gli ospiti sono tutti conosciuti dal MT (d’ora in poi per musicoterapeuta) che nel tempo ha condotto osservazioni e schede anamnestiche. Vista la lunga frequentazione del MT in casa di cura con la maggior parte degli ospiti il clima è di confidenza ed attesa; per i nuovi ospiti e quelli con situazioni di demenza particolarmente grave c’è un ‘attenzione particolare, soprattutto nel momento dell’accoglienza.
Parlando quindi di accoglienza, il momento dell’inizio dell’incontro con i gruppi e spesso anche con i singoli,avviene nel salone al piano terra; il setting prevede per gli ospiti la possibilità di muoversi liberamente anche con le carrozzine, ed eventualmente di poter uscire. Il MT usa abitualmente la fisarmonica, con la quale esegue brani di repertorio presumibilmente o sicuramente conosciute dagli ospiti o dal singolo. Io ho sostenuto con strumenti a percussione o melodici le proposte del MT che individuava fin da subito la situazione psico-fisica regolando sia il B.t.M. , sia l’intensità, sia la prassi esecutiva. L’ospite veniva letto nei suoi comportamenti posturali, di tono, di respirazione, di movimento come se fosse stato uno spartito con indicazioni, timbriche e ritmiche da interpretare. Le canzoni venivano variata nei parametri in modo da rispecchiare la fisiologia e gli aspetti emozionali delle persone partecipanti. Nella stanza erano presenti anche gli strumenti; quelli in possesso del Mt sono davvero tanti e di diversa fattura e costruzione ma in seduta sono presentati solo una parte, studiati e disposti per essere agevolmente usati anche dagli ospiti con difficoltà motorie. Ad esempio inserivamo tante pelli di piccole dimensioni, a doppia membrana e con battenti corti, piatti sospesi,sonagli da poter impugnare o infilare nei polsi; molto del materiale era colorato e particolare nella forma e nella decorazione in modo da risultare anche più accattivante. Le canzoni iniziali avevano lo scopo di accogliere i partecipanti, in seguito, verificato il clima emotivo e/o gli obiettivi per il singolo o il gruppo si continuava con canzoni o ascolti, meno in verità, che consolidassero la situazione relazionale. le canzoni sono uno strumento utilissimo perchè ridesta emozioni profondamente legate ad eventi vissuti, è un contenitore di sentimenti, di storie personali, essa veicola i ricordi e incentiva il dialogo. In più c’è l’aggiunta che la musica agisce ad un altro livello rispetto ad altri linguaggi. Il repertorio era quello popolare; la forma ed il testo erano funzionali per un lavoro sull’attenzione alle parole, all’alternanza tra solista e coro, al ritorno di elementi conosciuti, come il ritornello .Ad esempio i testi a struttura strofica erano maggiormente utilizzati quando si voleva fare un lavoro cognitivo, sul testo, rispetto alla memoria ed al linguaggio; le canzoni con il ritornello costituivano un aggancio potente anche per le persone con demenza poiché il ritornello è la parte di canzone che essi tendono a ricordare meglio e da quella si può avviare il lavoro sulla ricostruzione testuale; in più ha una valenza comunicativa ed aggregante. Gli anziani, anche i malati d’Alzheimer riconoscevano e spesso intonavano per primi sia i ritornelli che le parole di molte canzoni, soprattutto se erano in reazione con il loro contesto di appartenenza. L’esecuzione corale era un momento di grande coinvolgimento per la grande maggioranza degli ospiti e spesso le persone più orientate richiedevano al MT l’esecuzione dei loro brani preferiti. Il clima in seduta è sempre stato molto accogliente e gioioso; alcune ospiti si affaccendavano per catturare l’attenzione esclusiva del MT, gli uomini amavano raccontare del loro passato.le canzoni erano un motivo generatore di queste dinamiche. Per me è stato molto divertente imparare e cantare questo repertorio ed ho iniziato ad apprendere le possibilità della canzone nel contesto terapeutico. Questa competenza si è dimostrata utile anche in altri contesti in cui mi sono trovata a lavorare ed è un grande strumento che traggo da questo tirocinio. Nell’organizzazione delle sedute c’erano dei momenti precisi, che potevano essere canzoni o improvvisazioni, che scandivano i tempi per dare dei riferimenti temporali; questa prassi si rivelava utile poiché gli ospiti erano persone con disorientamento spazio-temporale. La sequenza seguiva un andamento parabolico; dopo la lettura del tono psico-fisico, a seconda dei bisogni dell’anziano, l’esecuzione era adattata nella velocità, nel timbro, nell’intensità per condurlo verso la situazione desiderata. Ad esempio la stesa canzone poteva essere riproposta con una pulsazione più lenta, una densità timbrica più rada, un “soffio” del mantice della fisarmonica più prolungato se l’ospite andava condotto verso uno stato di maggior rilassamento. Nessuna ricetta precostituita, ogni situazione aveva uno sviluppo a sé. Solitamente nello volgersi degli incontri, si raggiungeva un acme per poi gradatamente ritornare ad una condizione simile a quella iniziale. Il canto ed il movimento erano momenti centrali delle sedute; canto per ricordare le parole, canto per respirare più profondamente, canto per liberare la tensione e condividere con gli altri un’esperienza piacevole. Il movimento poteva essere finalizzato alla fisioterapia o essere una componente dell’accompagnamento ai canti con gli strumenti, oppure un ‘attività con la musica che sottolinea il gesto e lo sostiene, in modo divertente. Si è fatto largo uso di teli colorati , cerchi e palloncini, con attività che coinvolgevano prima le parti periferiche per arrivare anche a far muovere l’intero corpo con il ballo. Per le persone senza problemi della deambulazione il ballo era un’attività molto gratificante perché oltre a procurare un piacere senso-motorio stimolava il ricordo del passato e dei momenti di festa in cui nei paesi il ballo era una componente fondamentale assieme alla musica .Nelle persone non deambulanti l’attività motoria rispetto allo schema motorio utilizzava battenti e tamburi su cui battere la pulsazione, sonagli alla mani da muovere con movimenti diversi; per gli arti inferiori era molto apprezzato anche il gioco con palloncini di plastica da far volare calciandoli verso il centro. Uno dei lavori preferiti anche da me era il cerchio con le funi colorate, in cui a turno un ospite o il fkt si ponevano al suo interno facendolo ruotare con diverse inclinazioni e facendo muovere così le persone che reggevano le funi collegate al diametro del cerchio. Un’altra attività di musica e movimento era quella realizzata con teli elastici, colorati, ispirata alla globalità dei linguaggi; su questo telo steso e sorretto dagli ospiti venivano fatti volare dei palloncini, mossi agitando il telo secondo le indicazioni della musica. Il lavoro nelle stanze è stato quello più delicato per me; gli ospiti costretti a letto di solito erano molto compromessi e la nostra permanenza non aveva durata stabilita. il MT decideva l’attività e la durata dell’incontro in base all’esigenza della persona; molto spesso riproponeva canzoni a loro conosciute, già utilizzate negli altri contesti della casa di cura, variandole nei parametri agonici per renderle strumenti efficaci per soddisfare i bisogni dei pazienti. L’esperienza di questi anni a Compiano è stata altamente formativa. La personalità del musicoterapeuta, le sue scelte metodologiche, i presupposti, il clima emotivo caratterizzante, hanno contribuito a fornirmi motivazione e un avvio entusiasta verso competenze professionali di musicoterapia. Non è stato facile per me confrontarmi con vecchiaia e demenza e spesso ha prevalso il senso di inadeguatezza. Ritengo che in un’ottica di crescita quale la mia, la chiave di volta sia nell’acquisizione di strumenti e tecniche e nell’interiorizzazione di un modus operandi che abbia solido ancoraggio anche nelle premesse di vita. Sono grata al mio tutor perché mi ha permesso di sperimentarmi e perché è stato un esempio positivo di “buone prassi” .
Tirocinante Maria Elena Pizzichemi
Musicoterapeuta Roberto Bellavigna











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