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La musicoterapia aiuta i bimbi a percepire meno dolore

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Vol VI n.42

La musicoterapia aiuta i bimbi a percepire meno dolore

si riporta un articolo trovato nella navigazione in rete:
http://social-news.net1news.org/musicoterapia-aiuta-bimbi-a-percepire-meno-dolore-ricerca.html

All’estero già da diversi anni è una realtà, utilizzata per alleviare e accompagnare il dolore dei pazienti. Mentre del nostro Paese da sempre è trattata come una “stregoneria” da tenere al di fuori dei luoghi pubblici di cura. Per fortura però, il grandissimo valore della Musicoterapia inizia ad essere compreso anche da noi e, grazie ad uno studio condotto dall’Università di Alberta, la terapia svolta sui bambini malati con l’ultilizzo dei suoni viene rivalutata come molto utile per ridurre la percezione del dolore.
Pubblicato sulla rivista Pediatrics lo studio, gestito da Lisa Hartling, ricercatrice presso la Facoltà di Medicina e Odontoiatria che ha coinvolto anche i colleghi delDipartimento di Pediatria e quelli dell’Università di Manitoba e degli Stati Uniti, è stato condotto su 42 bambini di età compresa tra i 3 e gli 11 anni, ricoverati al pronto soccorso pediatrico.
“C’è una crescente evidenza scientifica che dimostra che il cervello risponde alla musica e a diversi tipi di musica in modi molto specifici”, ha detto Lisa Hartling.“Così come la ricerca sul “come e perché” la musica può essere una distrazione dal dolore potrebbe contribuire a rafforzare questo settore.”
Nell’operazione di inserimento della flebo i bambini che hanno ascoltato musica hanno percepito meno dolore rispetto a quelli a cui non è stata fatta ascoltare.
“Abbiamo trovato una differenza nel dolore così come riferito dei bambini, i bambini del gruppo che hanno ascoltato la musica hanno avuto meno dolore immediatamente dopo la procedura,” ha illustrato Lisa Hartling. “La scoperta è clinicamente importante ed è un intervento semplice che può fare una grande differenza. Far ascoltare musica ai bambini durante le procedure mediche dolorose sarebbe un intervento poco costoso e facile da usare in ambito clinico.”
Anche per medici, infermieri e genitori l’ascolto della musica ha migliorato l’operazione di inserimento della flebo. Il 76% degli assistenti sanitari dei bimbi che hanno ascoltato la musica ha detto che le flebo erano molto facili da gestire, mentre tra quelli che non l’hanno ascoltata solo il 38% degli assistenti sanitari ha detto che il procedimento era stato molto facile.

L’ISOLA CHE NON C’È: VIAGGIO ATTRAVERSO LA MUSICA, EFFETTI SUL SONNO NEI PAZIENTI PSICHIATRICI. ANALISI NELLA STRUTTURA VILLA IGEA

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Vol VI n.30
Dott.ssa
Graziana Carbotti, Dott.ssa Nadia Lami, Dott. Gaspare Palmieri

INTRODUZIONE

Nonostante risulti difficile riuscire a teorizzare la musica, questa è nata con l’uomo. Viene definita come una vera e propria colonna sonora della propria vita, un’autobiografia unica ed irripetibile. Nel corso della storia ne hanno parlato filosofi, sociologi, letterati, scienziati che hanno formulato varie teorie; alcuni pensavano che la musica avesse un funzione puramente estetica, altri come Aristotele pensavano che invece potesse educare e formare l’individuo e la collettività. Da secoli si parla anche della funzione terapeutica che la musica può avere: gli stregoni consideravano la musica come la “forza guaritrice” che, se associata a medicamenti e pozioni miracolose, mirava a ricreare l’equilibrio primordiale con l’Universo. Varie interpretazioni si sono susseguite nel corso del tempo fino a quando si è teorizzata la Musicoterapia nello scorso secolo. È una terapia integrativa, complementare che si inserisce in un nuovo approccio al paziente. Egli viene concepito come un’entità biopsicosociale , quindi l’équipe multidisciplinare interagisce in un processo che  ha come obiettivo quello di sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo, in modo tale che il paziente stesso possa migliorare l’integrazione inter ed intrapersonale e, consequenzialmente, possa migliorare la qualità della propria vita grazie ad un processo preventivo, riabilitativo e terapeutico (F. Burrai, 2008).

La musicoterapia si dimostra versatile, in quanto i suoi benefici, analizzati in varie sperimentazioni svoltesi in numerose realtà nazionali ed estere, sono significativi in pazienti con patologie differenti. Si è visto come la musicoterapia attiva aiuta i bambini autistici ad attivare livelli di espressione di abilità, a comunicare emozioni in modo pertinente ed adeguato e ad inserirli adeguatamente nella società. Anche nei pazienti con patologie cronico-degenerative la musica ha diminuito gli episodi di apatia, deliri ed allucinazioni. Inoltre la musica può essere utilizzata come analgesico nei pazienti sottoposti ad intervento chirurgico: analizzando una revisione sistematica, si è visto come, nell’immediato postoperatorio il decremento dell’uso di equivalenti della morfina è di 1 mg in 2 ore (riduzione del 18.4%), fino ad arrivare ad una diminuzione di 5.7 mg in 24 ore (riduzione del 15.4%) dopo l’intervento.

La musica si associa perfettamente anche ai pazienti con disturbi psichiatrici: forse perché esiste una similitudine tra musica e mondo della psichiatria. La prima ci permette di aprire nuovi orizzonti sensoriali e di entrare in uno stato di grazie e benessere psicofisico, di evadere verso “L’Isola che non c’è”, quando vogliamo; il secondo invece, cerca di studiare ed “entrare nella mente” di chi vive in modo diverso, non rinchiuso nelle regole imposte dalla nostra società. Come scrive Carlo Dossi: “I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi”. La musicoterapia viene applicata in pazienti con sindromi malinconiche, con sindromi presuicidarie, con sindromi depressive, ma soprattutto nei pazienti schizofrenici. La musica quindi aiuta a: distendere e rilassare, rafforzare i sentimenti positivi e ridurre l’intensità di quelli negativi; permette di percepire sensazioni fisiche, lascia immaginare, viaggiare con la mente, fa pensare ed emozionare. Può condurre a sensazioni piacevoli o meno a seconda del vissuto dell’individuo, del significato attribuito alla specifica canzone per la persona, ai ricordi che può suscitare.

Ponendo l’attenzione sull’effetto rilassante della musica, i disordini del sonno possono manifestarsi con: senso di fatica, stanchezza, depressione, difficoltà ad addormentarsi, facilità nel risveglio e problemi nello svolgere le attività giornaliere. Possiamo più semplicemente dire che molti pazienti soffrono di insonnia, cioè hanno difficoltà ad addormentarsi, a non interrompere il sonno e spesso non sono riposati e soddisfatti del proprio riposo. Questi fenomeni devono presentarsi almeno per un mese. La musica può ridurre l’attività del sistema nervoso simpatico, diminuendo il livello d’ansia, la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e respiratoria e può avere effetti positivi sul rilassamento muscolare.

MATERIALI E METODI

L’indagine è stata condotta nel Reparto 40 di Psichiatria Generale della struttura Villa Igea di Modena, che ospita pazienti con disturbi di personalità d’affettività e nevrosi. In questo reparto vengono tenute sedute di terapie di gruppo di rilassamento, di mindfullness, di skills training ed anche di musicoterapia. Proprio grazie a questa collaudata esperienza, ci si è posti un nuovo quesito di ricerca: la musica può aiutare i pazienti psichiatrici a migliorare la propria qualità del sonno, durante il periodo di degenza?

Inizialmente è stato distribuito a 30 pazienti un questionario appositamente redatto, che indagava le abitudini musicali dei pazienti, l’uso che facessero della musica durante la degenza, quanto loro la considerassero un mezzo per alleviare momenti di ansia, solitudine, tristezza e rabbia; infine con questo test si chiedeva ai pazienti ricoverati se loro fossero disposti ad ascoltare musica come una terapia al bisogno, in sostituzione di quella farmacologica.  Il questionario è stato utilizzato per selezionare i 10 pazienti che si sarebbero sottoposti alla sperimentazione vera e propria, che si è articolata in due momenti. Dopo aver effettuato una ricerca bibliografica, consultando varie banche dati (PubMed, Medline e Cochrane Library), utilizzando come parole chiave (Music Therapy[MeSH] AND mental disorders[MeSH]), si sono selezionati in particolare due articoli. Il primo parlava degli effetti della musica di rilassamento sulla qualità del sonno e sulle emozioni in 24 pazienti affetti da schizofrenia; i pazienti nella prima settimana presa in considerazione non ascoltavano musica, mentre nella seconda settimana associavano la terapia farmacologica alla musicoterapia. I cambiamenti venivano monitorati grazie ad un actigrafo e grazie a vari questionari, che valutavano le fluttuazioni emozionali, i sintomi positivi e negativi, lo stato d’ansia, l’anedonia e la qualità della vita (Boaz Bloch, Alon Reshef, Limor Vadas, Yamit Haliba, Naomi Ziv, Ilana Kremer, Iris Haimov. The effects of music relaxation on sleep quality and emotional measures in people living with schizophrenia). Mentre il secondo articolo riassumeva i risultati ottenuti in una sperimentazione, in cui la musica migliorava la qualità del sonno in un gruppo di 94 studenti. Sono stati suddivisi in tre gruppi: nel  primo  i partecipanti ascoltavano musica rilassante per 45 minuti, nel secondo invece gli studenti invece ascoltavano un audiolibro, mentre il terzo era il gruppo di controllo che non riceveva nessun trattamento. La qualità del sonno è stata misurata con l’indice di qualità del sonno di Pittsburgh (PSQI) e con la scala che valuta la depressione di Beck. I risultati sono stati significativi: la musica di rilassamento migliora in modo statisticamente importante la qualità del sonno (Làszlò Harmat, Johanna  Takàcs, Robet Bòdizs.  Music improves sleep quality in students).

A questo punto è iniziato il primo momento di sperimentazione: durante la prima settimana i pazienti non erano sottoposti a nessun trattamento musicoterapico di rilassamento, ma solo alla terapia farmacologica, associata ai trattamenti psicoterapeutici; nella seconda veniva integrata la terapia standard con l’ascolto della musica di rilassamento a letto, per venti minuti dopo cena. Ai pazienti veniva chiesto di ascoltare la musica nel modo che a loro più si adattava: stesi al letto, nella saletta ricreativa, nel giardino. Venivano muniti di un lettore mp3, di un notebook oppure mettevano a disposizione dei loro dispositivi, preferendo l’ascolto attraverso cuffie, ma tutto dipendeva sempre dalla loro preferenza. Al termine di entrambe le settimane è stato somministrato l’indice di qualità del sonno di Pittsburgh (PSQI). È stato scelto questo questionario perché rispondeva al meglio alle priorità assistenziali, agli obiettivi e agli interventi individuabili dall’equipe infermieristica.

RISULTATI

Analizzando i risultati del primo questionario sull’uso personale della musica in un reparto psichiatrico, vediamo come il campione di 30 pazienti era composto per il 63% donne e il 37% uomini. Di questi la diagnosi di ingresso era così distribuita: 6,7% nevrosi, 70% disturbo della personalità e il 23,3% disturbi dell’affettività.

Si evince che il 53% dei pazienti non ha l’abitudine di ascoltare musica durante la degenza mentre il 47% si. Il 36% degli intervistati preferisce ascoltare musica per meno di 30 minuti al giorno, il 17% ne ascolta per un’ora circa, il 27% per più di due ore, mentre il 20% dei pazienti non ha l’abitudine di ascoltarne durante la degenza. La fascia oraria preferita per l’ascolto è quella del pomeriggio (31%), poi sera (30%), mattina (18%), notte (16%) ed infine coloro che non ascoltano mai musica costituiscono il 5% delle preferenze.

La domanda 4 del questionario chiedeva se fosse un’abitudine del paziente addormentarsi ascoltando musica: il 47% ha risposto qualche volta, il 40% riferisce che non lo fa mai, mentre il 13% sempre. Dopo aver inquadrato le abitudini di ascolto dei pazienti, gli si è chiesto quale genere di musica ascoltassero a seconda del loro stato d’animo. Quello più utilizzato per rilassarsi è la musica classica (6 casi), mentre per caricarsi la più quotata è la rock (9 casi); lo stesso genere viene scelto quando ci si sente allegri (10 casi). La situazione cambia quando i sentimenti percepiti sono negativi. I pazienti preferiscono non ascoltare nessun genere di musica quando si tratta di tristezza (6 casi), solitudine (6 casi) e rabbia (9 casi), qualcuno sceglie la leggera (tristezza: 6 casi, solitudine: 6 casi, rabbia: 2 casi) o la rock (tristezza: 4 casi, solitudine: 4 casi, rabbia: 7 casi). 10 intervistati su 30 non esprime alcuna preferenza. I pareri di distinguono abbastanza omogeneamente quando si discute di quanto la musica risulti utile per aiutare la persona a superare momenti di disagio psicologico. Essa risulta abbastanza utile se si tratta di ansia (8 casi), rabbia (11 casi), tristezza (13 casi), solitudine (13 casi). Ovviamente sono presenti pareri discordanti: non pochi dicono che la musica non aiuta per niente a superare questi sentimenti (ansia: 5 casi, rabbia: 4 casi, tristezza: 4 casi, solitudine: 8 casi), altri ancora definiscono la musica molto importante per superare il disagio psicologico (ansia: 9 casi, rabbia: 9 casi, tristezza: 6 casi, solitudine: 5 casi). Infine i pazienti dicono che la musica li aiuta moltissimo nel superare momenti di ansia in 8 casi, rabbia in 6 casi, tristezza in 7 e solitudine in 4 casi.

Inoltre si è chiesto ai pazienti le loro considerazioni riguardo la musica come terapia. I risultati sono confortanti ed incoraggianti: l’83% dei pazienti considera la musica un aiuto per superare momenti di disagio psicologico, il 14% forse, solo il 3% dice che non lo è. Il 57% degli intervistati indica tra 8 e 10, su una scala numerica con valori compresi tra 0 e 10, il grado di beneficio che pensa di ricevere dall’ascolto di musica durante il periodo di degenza, il 20% invece lo immagina tra 5 e 6. Il restante 23% pensa di ricevere un beneficio scarso o inutile, compreso da 0 a 4.

Ovviamente a volte capita di ascoltare dei brani che agitano il paziente, ma mai nella totalità dei casi, anzi nel 47% dei casi non ci sono canzoni che innervosiscono gli intervistati, mentre nel 53% dei casi capita qualche volta. Se si tratta di generi musicali che innervosiscono, i pareri di dividono: per il 26.7% dei pazienti non ce n’è uno, il 23.3% afferma che la musica rock li agita, il 16.7% dei pazienti non sa dare una risposta, un altro 16.7% è innervosito dalla musica leggera ed infine il restante 10% dei pazienti viene innervosito da musica rap (3.3%), metal (3.3%) e classica (3.3%). Un importante segnale ci arriva dalle risposte ricevute, chiedendo ai pazienti se la musica può essere utilizzata come terapia al bisogno: il 57% dei pazienti afferma che potrebbe essere associata ad una terapia farmacologica a dosaggio minore. Addirittura il 23% afferma che la musica può essere utilizzata come terapia al bisogno a tutti gli effetti e solo il 20% non la considera come terapia da somministrare nei momenti di disagio acuto. Questi risultati incoraggiano ad utilizzare un piano terapeutico integrato con terapia farmacologica e non (es. musicoterapia, aromaterapia, terapia di gruppo, terapie di rilassamento ecc.). Il 53% dei pazienti si dichiara disponibile a provare un brano musicale, invece di assumere la terapia al bisogno ed il restante 47% nega questa possibilità. É evidente un’altra forte dimostrazione di quanto siano i pazienti a richiedere all’équipe professionale sanitaria, di integrare gli interventi terapeutici. Questa è la loro risposta affermativa (93% dei casi) ad avere la musica in filodiffusione in reparto; solo il restante 7% non la gradirebbe. Si evince poi, che il 30% dei pazienti vorrebbe che qualsiasi genere musicale venisse trasmesso in reparto, il 20% preferirebbe la musica classica, gli altri generi preferiti vanno dalla musica leggera (16.6%), alla pop (3.3%), alla rock (3.3%), a quella di rilassamento (13.3%) ed infine al jazz-blues (3.3%) e a quella anni ’60 (6.7%).

Successivamente tra i 30 pazienti intervistati, ne sono stati selezionati 10 (6% donne e 40% uomini), per essere sottoposti alla sperimentazione vera e propria. Di questi la diagnosi di ingresso era così distribuita: 10% nevrosi, 60% disturbo della personalità e il 30% disturbi dell’affettività. Si sono confrontati i risultati scaturiti dall’indice sulla qualità del sonno di Pittsburgh (PSQI) della prima settimana senza l’ascolto della musica di rilassamento, con quelli della seconda settimana, in cui i pazienti sono stati sottoposti a sedute di musicoterapia ricettiva. Questa sarebbe anche chiamata passiva perché consiste nell’ascoltare brani scelti in base ai gusti musicali dei pazienti, per un totale di venti minuti a sera, dopo cena per sette giorni consecutivi; i partecipanti erano muniti di un lettore mp3, di un notebook oppure mettevano a disposizione dei loro dispositivi, preferendo l’ascolto attraverso cuffie. In più erano sempre loro che sceglievano dove e come ascoltare i brani: stesi al letto, nella saletta ricreativa, nel giardino.

Si sono valutati: l’ora in cui i pazienti sono andati a dormire con 3 casi stazionari, 2 miglioramenti e 5 peggioramenti, i minuti necessari per addormentarsi  e si osservano 3 casi stabili, 4 miglioramenti e 3 peggioramenti, l’orario di sveglia alla mattina che mette in evidenza 6 pazienti che hanno verificato un miglioramento e 4 un peggioramento e le ore di sonno effettive calcolate ogni notte  che invece dimostra 3 miglioramenti, 2 stabilità e 5 peggioramenti. Dopo si sono valutate le cause che hanno contribuito a rendere il sonno disturbato; si sono quindi calcolati gli episodi in cui in una settimana e nella successiva il paziente: non si è potuto addormentare entro 30 minuti, si è svegliato nel mezzo della notte o al mattino presto, ha dovuto fare uso del bagno, non ha potuto respirare correttamente, ha tossito o russato rumorosamente, ha avvertito troppo freddo, ha avvertito troppo caldo, ha fatto brutti sogni, ha avuto dolori. Il risultato più importante ancora una volta, è quello che riguarda l’assenza di variazioni tra le due settimane, con nessun miglioramento né peggioramento. Analizzando ancora nel dettaglio, i pazienti che hanno riscontrato dei miglioramenti addormentandosi in meno di 30 minuti nella settimana in cui sono stati sottoposti alla musicoterapia ricettiva, sono stati 4; quelli rimasti stazionari sono 3 ed infine quelli che hanno visto peggioramenti sono stati 3. Per il secondo parametro si sono verificati 5 cambiamenti in positivo, 2 in negativo e 3 non hanno verificato variazioni. Coloro che hanno dovuto fare più spesso uso del bagno nella settimana sperimentale sono stati 3, 4 invece ne hanno avuto meno necessità e 3 non hanno cambiato la loro abitudine. 7 pazienti non hanno visto cambiamenti, 2 dei miglioramenti, solo un peggioramento. Gli episodi di russamento sono rimasti stazionari in 5 pazienti, diminuiti in 2 e aumentati in 3. Mentre confrontando gli episodi in cui gli intervistati hanno avvertito freddo o caldo, i valori sono quasi sovrapponibili: quando si parla di freddo ci sono state: 5 assenze di variazioni, 1 variazione positiva e 4 in negativo; mentre per il caldo verifichiamo 6 stabilità, 1 miglioramento e 3 peggioramenti. La musica si dimostra poco efficace se si tratta di brutti sogni: 10 pazienti su 10 non hanno verificato nessun cambiamento tra le due settimane. I dolori invece sono diminuiti in 3 pazienti, aumentati in 1 e rimasti uguali in 6.

Piuttosto stazionaria risulta anche la valutazione globale della qualità del sonno dei pazienti con 6 pareri stabili, solo in 1 caso si è verificato un peggioramento e un miglioramento in 3 casi.

Ulteriori risultati in linea con i precedenti si evincono valutando la difficoltà a restare svegli durante i gruppi, il pasto o durante le attività della giornata. La metà di pareri indica un’assenza di variazione (5 casi), con 3 miglioramenti ed i restanti 2 hanno verificato dei peggioramenti. Si è chiesto inoltre ai partecipanti in che misura è stato un problema avere abbastanza entusiasmo per fare ciò che doveva fare; si è verificato che 2 pazienti si sono sentiti più motivati, 4 non hanno avuto cambiamenti e i restanti 4 si sono sentiti meno entusiasti.

Nell’ultima parte del questionario sono stati intervistati i compagni di stanza dei partecipanti alla ricerca; gli è stato chiesto se ci sono stati cambiamenti nella qualità del sonno tra le due settimane prese in considerazione del paziente sottoposto alla sperimentazione. Si sono valutati: gli episodi di forte russamento con 5 pazienti stabili, 1 miglioramento, 2 peggioramenti e 2 che non sapevano dare risposta alla domanda. Se si parlava di lunghe pause respiratorie durante il sonno, gli stazionari si confermano (5 casi), aumentano i miglioramenti (3 casi) e quelli che non sanno restano 2. Chiedendo se durante la notte si sono verificati episodi di movimenti o scosse ritroviamo i 5 pazienti stabili, un solo miglioramento, due peggioramenti ed ancora 2 che non danno risposta. Infine episodi di confusione o disorientamento durante il sonno sono diminuiti in 2 casi, rimasti invariati in 3 casi così come i peggioramenti (3) e vengono ribaditi i 2 casi non valutabili. I risultati restano in linea con i precedenti. Globalmente non ci sono cambiamenti, i miglioramenti sono quasi sovrapponibili ai peggioramenti ed infine c’è una parte dei risultati che non è valutabile perché i compagni di stanza non sapevano quale risposta dare (2 casi).

Confronto dei dati: Discreti miglioramenti sono emersi valutando vari fattori che riguardano la qualità del sonno, confrontando i due indici che differivano per il trattamento aggiuntivo musicoterapico. I risultati ci dicono che, in generale i pazienti hanno per la maggior parte verificato una stabilità delle condizioni 36% dei casi poi, in una quantità leggermente inferiore, ci sono stati dei miglioramenti 30% dei casi ma sono presenti dei peggioramenti 31% dei casi ed il restante 3% dei casi non ha dato nessuna risposta, quindi resta trascurabile.

CONCLUSIONI

Questa sperimentazione vuole dimostrare che la musicoterapia non può essere utilizzata come terapia unica e principale, ma andrebbe applicata in un piano terapeutico integrato in cui la musica si inserisca per alleviare i sentimenti negativi dei pazienti (ansia, rabbia, tristezza, solitudine) e contribuire a rafforzare quelli positivi come la carica, l’allegria, l’entusiasmo, il rilassamento e la calma. Dopo aver somministrato un questionario sulle abitudini musicali dei pazienti durante il periodo di degenza, si è visto come essi gradirebbero molto ascoltare della musica in reparto; la definiscono un importante supporto psicologico necessario per superare momenti di tensione psicologica. È meno utile nei momenti di rabbia, quando preferiscono non ascoltarne. Significative sono le loro risposte quando gli è stato chiesto se fossero disponibili ad ascoltare della musica rilassante, invece di assumere la terapia al bisogno: molti di loro si sono dichiarati favorevoli, associando la musica ad una terapia farmacologica a dosaggio minore, per poter ridurre gli effetti collaterali di ansiolitici e benzodiazepine assunti per conciliare il sonno che risulta disturbato e poco riposante. È ovvio che il ritmo circadiano di sonno-veglia influisce sia sul benessere della persona, che è la priorità fondamentale dell’équipe sanitaria, sia sul carico di lavoro dell’infermiere che più di tutti si trova a contatto col paziente di giorno e di notte, e mette al centro del suo operato il paziente come unità biopsicosociale.

Un altro risultato incoraggiante è la loro risposta a favore della trasmissione della musica in filodiffusione in reparto. Accetterebbero qualsiasi genere, ma apprezzerebbero soprattutto quella rilassante e quella classica.

Quindi se la musica può essere utilizzata come terapia che migliori il benessere globale del paziente, l’infermiere può servirsi di questo mezzo non farmacologico (come di altre terapie alternative) per prendersi cura dell’ammalato, per instaurare una relazione d’aiuto più efficace, per alleviare il suo disagio psicologico che non è riscontrabile solo nei pazienti psichiatrici, ma che riguarda qualsiasi paziente ricoverato in un reparto d’ospedale, lontano dalle abitudini e dai suoi cari, dalla propria privacy e influenzato dai ritmi incessanti e precisi dettati da “un esercito di camici bianchi”.

Successivamente sono stati selezionati dieci pazienti. A loro è stato somministrato un questionario, necessario per valutare la qualità del sonno nella prima settimana, in cui hanno seguito un programma terapeutico standard. Nella settimana successiva i pazienti hanno ascoltato della musica, alla sera dopo cena, per sette giorni consecutivi. I pazienti esprimevano le loro preferenze riguardo ai brani musicali da ascoltare, che venivano riprodotti attraverso lettore mp3, pc, con o senza cuffie, nel posto che loro ritenevano opportuno. Al termine della seconda settimana è stato somministrato lo stesso questionario, che valutava la qualità del sonno. Dal confronto dei risultati dei questionari sulla qualità del sonno è emerso che la musicoterapia, associata al trattamento terapeutico standard, ha risultati incoraggianti. I pazienti che hanno registrato miglioramenti, associati a quelli che non hanno verificato cambiamenti tra i due periodi di valutazione, sono una somma consistente. Si conclude quindi che somministrare della musica nelle varie unità operative può essere un nuovo strumento terapeutico infermieristico che si inserirebbe nel Processo d’assistenza, articolato in aree d’interesse (attività/riposo, dolore/discomfort, integrità dell’Io, interazioni sociali), che mira ad incrementare il benessere dell’assistito. Si proporrebbe quindi di utilizzarla come sottofondo e come terapia vera e propria strutturata in precise sedute, visti i risultati incoraggianti di numerose sperimentazioni.

Essa migliora la qualità del sonno in quanto: diminuisce il tempo necessario per addormentarsi, riduce il numero di risvegli notturni, migliora la qualità del sonno, aiuta durante il giorno ad essere più rilassati.

Se in più ci aggiungiamo che questa terapia è semplice, facile da applicare, economica, non invasiva ci si allinea anche con le richieste del mercato odierno che richiedono un rapporto costi-benefici maggiore.

Congresso di Neuromusicologia

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Vol V n.103

Su gentile concessione della rivista www.stateofmind.it si suggerisce la lettura dell’articolo di Gaspare palmieri che relaziona le due giornate del “Congresso Mondiale di NeuroMusicologia Clinica” di Brescia 21 22 settembre.

La musica ci fa stare meglio. È certo. E con sempre più entusiasmo le grandi menti che sostengono quest’idea si incontrano per spiegare le loro teorie e mostrare i risultati del loro lavoro. Il 21 e 22 settembre al Congresso di Neuromusicologia di Brescia, sono intervenuti neurologi, sociologi, psicologi, psichiatri che ……..

Continua a leggere l’articolo ai seguenti links:

http://www.stateofmind.it/2012/10/congresso-neuromusicologia-clinica-2 

http://www.stateofmind.it/2012/10/congresso-neuromusicologia-clinica/

 Buona lettura

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Ricerca: anziani se delusi e depressi a rischio cadute e fratture

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Vol V n.87 Collana scientifica

Le persone anziane che soffrono di depressione hanno più probabilità di incorrere in cadute e conseguentemente in fratture ossee. È quanto svela una ricerca dellaNeuroscience Research Australia (NeuRA), pubblicata sulla rivista Age and Ageing.
Lo studio ha coinvolto 300 partecipanti provenienti dal Taiwan meridionale, con un’età compresa tra i 65 e i 91 anni, non sottoposti a trattamenti farmacologici per la cura della depressione, valutati attraverso la Geriatric Depression Scale. Lo studio ha evidenziato che le persone che soffrono di depressione sono più propense a cadere, il che suggerisce una complessa relazione tra malattia mentale, equilibrio e cadute nelle persone anziane. Dopo essere stati sottoposti alla Geriatric Depression Scale (una tra le più diffuse scale per la valutazione di sintomi depressivi nell’anziano) i partecipanti sono stati seguiti attraverso un monitoraggio telefonico ogni due mesi: è emerso che la depressione era più comune in coloro che erano incorsi in cadute. È risultato affetto da depressione il 40 per cento in coloro che cadevano ricorrentemente, il 28 per cento in coloro che erano caduti solo una volta e solo il 16 per cento di coloro che non erano mai caduti. “Sapevamo che la depressione e le cadute sono collegati nelle persone anziane, ma non eravamo mai stati in grado di determinare se la depressione stessa o gli anti-depressivi potesse accrescere il tasso di caduta”, ha detto Stephen Lord, ricercatore della NeuRA. (AGI)

fonte www.centromaderna.it