Vol III n.21
Di Silvia Turrin
Era l’inizio del XX secolo quando il dott. Alois Alzheimer (1864-1915) sviluppò importanti ricerche legate a patologie neurodegenerative. Tra il 1906 ed il 1911 descrisse i principali elementi della demenza conosciuta come morbo di Alzheimer. Nonostante gli studi successivi, tale malattia rimane un’ombra oscura e misteriosa che colpisce ogni anno centinaia di anziani. L’Italia è uno dei Paesi al mondo più “vecchi” in termini di età della popolazione. La vita media, è risaputo, si sta allungando. Nonostante gli enormi passi avanti compiuti nel campo della ricerca, prevenzione e cura, rimangono numerose le patologie le cui cause non sono ancora ben definite: una di queste è appunto la malattia di Alzheimer, di cui sono affetti circa 500mila italiani (nel mondo, 30 milioni, secondo dati dell’Alzheimer Association statunitense).I fattori di rischio sinora identificati sono l’età e la familiarità o predisposizione genetica. Esiste un intervallo di età a rischio maggiore, ma non è stata ancora individuata una relazione esponenziale tra demenza e invecchiamento. Diverse, comunque, le concause che aumentano la predisposizione nel contrarre la malattia, come fattori psicosociali, quali depressione, stress, situazioni di isolamento o solitudine. Non esistono al momento cure che la possano bloccare o che possano impedirne lo sviluppo. La musicoterapia può essere uno degli strumenti utili per ridimensionarne gli effetti e portare un po’ di sollievo al malato. In realtà, negli istituti geriatrici o in altri centri per anziani, questa disciplina è sempre inserita in un contesto dove preferibilmente sono presenti altre terapie. Come infatti sottolinea Roberto Bellavigna: «Il musicoterapeuta deve calarsi all’interno di un contesto di lavoro di équipe. L’ambiente è quello delle strutture geriatriche, che ha spazi e tempi differenti da quelli della vita comune. Il terapeuta deve tenerne conto». Oltre che polistrumentista (pianoforte, fisarmonica e tromba), compositore e insegnante di ruolo presso scuole medie e superiori, Roberto Bellavigna è tra i musicoterapeuti in Italia più attenti e sensibili al mondo degli anziani, con uno sguardo profondo alle difficoltà più o meno gravi dei malati di Alzheimer. Insieme ad altri colleghi, tra cui Francesco Delicati, Giacomo Downie, Nicola Corti, Luca Pozzi e Lucia Corno, nel 1999 ha fondato il P.A.M, Progetto Anziani Musicoterapia (http://www.pamonline.it), per coordinare e mettere in contatto chi lavora con anziani e malati d’Alzheimer, oltre che per creare uno spazio ad hoc per quanti sono interessati o coinvolti direttamente in tali ambiti. È da oltre dieci anni che il prof. Bellavigna si dedica a persone affette da varie demenze senili, e ha maturato un approccio musicoterapeutico contestualizzato alle specificità dei propri pazienti, come ha precisato nel corso di una nostra chiacchierata. «Non applico un modello specifico, poiché ritengo che il musicoterapeuta non debba rigidamente e dogmaticamente seguire solo ed esclusivamente una teoria o uno schema pre-determinato. La realtà in cui lavoro e gli stessi anziani mi hanno portato a pensare che i modelli sono strumenti, come lo è la musica. Bisogna innanzitutto considerare i bisogni della persona, dell’anziano, del malato di Alzheimer, il suo percorso di vita, per poi stabilire gli obiettivi da raggiungere. Il musicoterapeuta deve conoscere i vari modelli, saperli applicare, ma rimangono pur sempre strumenti da adattare alle singole esigenze e realtà individuali. Naturalmente ho determinati punti di riferimento, ma non esiste una ricetta per risolvere i problemi. Non ci sono step predefiniti. Certo, tutto ha inizio dall’anamnesi dei bisogni della persona e della sua vita musicale. Si redigono schede di ingresso, a cui segue il lavoro di équipe, composta da fisioterapista, geriatra, musicoterapeuta e altre figure a seconda delle esigenze». La musica, in un contesto terapeutico, è sempre accompagnata anche da altri strumenti, come il movimento e le parole, utili a migliorare l’umore del paziente. Gli incontri possono essere individuali, o di gruppo. Ciò che è importante è la “trasversalità” dell’approccio terapeutico. Oltre all’iniziale aspetto ludico e socializzante, il musicoterapeuta deve considerare successivamente le dinamiche tipo cognitivo, e l’accompagnamento al movimento, o alla morte. «Il lavoro in una casa di riposo in molti casi prosegue sino alla dipartita dell’anziano. Il percorso dell’équipe implica in molti casi anche questo. Parlo di percorso, non di protocollo. Il percorso prevede una supervisione, cambiamenti, analisi di monitoraggio. Bisogna porsi nuovi obiettivi, valutare nuove strade sempre a partire dai bisogni. Vorrei sottolineare che la musica è un linguaggio sia digitale, poiché a ogni nota corrisponde un suono, sia analogico, dato che si può passare dal suono al gesto, al racconto, ai disegni, alla parola attraverso le canzoni. La musica non è mai il fine, è sempre un mezzo che deve essere implementato per raggiungere gli obiettivi concordati dall’équipe». Roberto Bellavigna è co-autore del libro Musicoterapia con il malato d’Alzheimer, che documenta le varie esperienze di musicoterapeuti impegnati nel lavoro presso case di riposo e centri diurni a conduzione pubblica o privata. Di recente, ha ideato con il gruppo P.A.M il cd Frammenti. Espedienti Musicali fra Arte e Terapia, caratterizzato da brani musicali sviluppati partendo da idee sonore, da testi o stereotipie vocali raccolti in strutture geriatriche. L’input è stato fornito da anziani e malati di Alzheimer. Questo cd, partendo da situazioni estemporanee di musicoterapia, mette in luce come persone “rinchiuse” in un contesto lontano dalla vita quotidiana riescano a far emergere e a liberare la propria creatività e il proprio spirito vitale. La musicoterapia è come se risvegliasse qualcosa in loro. «Molte persone con cui interagisco come musicoterapeuta – precisa Bellavigna – percepiscono le varie melodie come le vivevano all’interno delle veglie di una volta, momenti in cui le canzoni erano parte integrante della loro vita. Durante i nostri incontri loro stessi trasformano vecchie canzoni, che diventano nuovo spunto e veicolo per il movimento, per il recupero cognitivo, per la parte socializzante. Il repertorio musicale, che non è in alcun modo predefinito o standardizzato, è veicolo per il cambiamento non solo emotivo. La canzone viene cambiata, smontata, destrutturata dalla persona con l’aiuto del terapeuta. Non è soltanto un lavoro di creatività, ma anche di intelligenza, sensibilità musicale e progettualità. La musica non viene presa e messa lì. Va ricostruita, reinterpretata e messa in un percorso musicoterapeutico, inteso come cambiamento. In un malato di Alzheimer cambiamento significa anche preservare la situazione attuale. Questa patologia fa dimenticare i volti, i luoghi, alcuni vissuti. Dall’altro lato, attraverso la musicoterapia i malati di Alzheimer acquisiscono nuove competenze musicali, dominano lo spazio e il tempo musicale. E questo è straordinario. Una malattia che conduce a un’involuzione delle capacità cognitive, di contro porta ad amplificare certe abilità o predisposizioni. La musica agisce ad un livello anche sottocorticale, andando a toccare quella zona limbica del cervello che è una delle ultime riserve da cui attingere per una comunicazione».
L’articolo è stato pubblicato su http://www.amadeusonline.net







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