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La musicoterapia nei pazienti fragili SEMINARIO

Vol V n.73
LA MUSICOTERAPIA NEI PAZIENTI FRAGILI docenti: Francesco Delicati, Giacomo Downie 21-22 aprile 2012

 La musica facilita il contatto e la relazione là dove la parola non può svolgere questa funzione. Proprio quando la persona vive un declino di funzioni vitali e ha perso tante facoltà, si attiva più profondamente la capacità di risuonare al mondo esterno. Il suono è per sua natura relazione. Da anni la musica entra sempre più in programmi di animazione, riabilitazione e terapia svolti in ambito geriatrico. Il corso ha lo scopo di ñ  promuovere nei partecipanti la consapevolezza delle proprie competenze musicali e approfondire la conoscenza della propria relazione con il mondo dei suoni;  offrire una presentazione di metodi e tecniche nei vari territori del “fare musica”; avviare una capacità di progettazione di percorsi musicali nei diversi contesti dei servizi per anziani. Il corso si rivolge a tutti coloro che si occupano della cura delle persone anziane ricercando sempre soluzioni per facilitare le relazioni, per stimolare e attivare. Le figure interessate possono quindi essere animatori, assistenti, fisioterapisti, responsabili e coordinatori di servizi, volontari e famigliari. Informazioni ed iscrizioni

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Musicoterapia e Formazione del personale

N.54 Vol III

Articolo tratto dalla sezione Articoli di www.pamonline.it In “Storie di vita” – Consorzio dei servizi Socio–Sanitari della Valle Camonica

MUSICOTERAPIA E FORMAZIONE DEL PERSONALE Esperienza alla RSA di Pisogne (Bs) di Giacomo Downie

La musica appartiene a tutti. L’essere umano si sviluppa in un contesto di suoni (grembo materno prima, grembo sociale poi). In tale contesto ognuno si forma la propria “musicalità”, fatta di esperienze, passioni, attitudini. Il rapporto col mondo dei suoni è una caratteristica dell’essere umano. C’è poi chi si attrezza di competenze specialistiche per fare della musica un uso professionale in senso artistico o terapeutico (due termini che forse hanno bisogno l’uno dell’altro). Questo non vuole dire però che le pratiche musicali siano riservate agli esperti. In quel bagno di suoni, voci, pulsazioni, ritmi, musiche relative alla cultura d’appartenenza si sviluppano inevitabilmente competenze, “competenze comuni” come sono state definite dal semiologo G. Stefani. Competenze delle quali non siamo pienamente coscienti, ma sappiamo canticchiare un motivetto, intonare due note, distinguere il forte dal piano, il veloce dal lento, ripetere un ritmo e così via… Da queste considerazioni nasce la progettazione di un corso di musicoterapia destinato a persone che non diventeranno musicoterapisti o musicoterapeuti. Operatrici che continueranno a fare il loro lavoro di assistenza, animazione, fisioterapia, assistenza psicologica, coordinamento, con uno strumento in più: la musica e la capacità di gestirla in un rapporto di cura in virtù di quelle competenze accennate sopra. Mi ritengo fortunato di avere avuto l’opportunità di realizzare tale iniziativa. Perché la musica? Non è una scelta scontata. Vorrei sottolineare tre aspetti, che le varie scuole di musicoterapia hanno sviluppato, anche se in modi diversi. 1. La musica è un linguaggio, comunica dove la parola non è sufficiente o dove le parole non ci sono più, permette di entrare in relazione profonda anche con la persona che ha un grave decadimento cognitivo. 2. Il suono fa risuonare. Memorie, emozioni, schemi logici, schemi motori si attivano sollecitati dalla musica rivelando risorse insospettate. 3. Con la musica ci si esprime. Ed è una capacità che si conserva oltre il disorientamento. Quante poche opportunità ha di esercitare questo bisogno umano, ad esempio, un vecchio con demenza, che quando riesce a trovare un mezzo espressivo il più delle volte viene accusato di disturbare. Mettendo da parte principi o teorie, sono proprio le persone che vivono a stretto contatto con i vecchi a intuire il forte potere della musica. E sono proprio coloro che vivendo la quotidianità, in un rapporto spesso assai intimo, sono in grado di scorgere potenzialità della persona e possono usare la musica in modo efficace. Anche semplicemente facendo attenzione al modo di intonare la parola “buongiorno”. E’ un accorgimento che può cambiare la qualità della vita di un vecchio, forse più di una mezz’oretta settimanale di intervento musicoterapico.

Il corso aveva quindi i seguenti obiettivi.

· Creare un contesto favorevole all’avvio di intervento musicoterapico.

· Rendere i partecipanti più consapevoli del proprio rapporto con la musica. In particolare osservare come questa possa influire su cambiamenti di umore, suscitare ricordi, stimolare movimento.

· Rendere i partecipanti più consapevoli delle proprie competenze musicali

· Informare il personale sulle potenzialità della musicoterapia con persone anziane; sensibilizzare gli operatori circa l’aspetto sonoro musicale nella relazione con l’anziano partendo dall’osservazione.

· Mostrare un panorama di tecniche ponendo attenzione a quelle adeguate alle competenze degli operatori interessati (musica in animazione, musica in riabilitazione) per elaborare progetti, programmare e realizzare attività, effettuare verifiche.

· Far vivere esperienze piacevoli e profonde, rafforzare i legami fra i partecipanti (che sono anche colleghi). Valorizzare professionalità e scoprire opportunità per creare divergenze e nuovi stimoli in lavori che talvolta rischiano di essere ripetitivi.

Il lavoro si è articolato in due fasi

• Dopo una serata di presentazione abbiamo svolto un percorso esperienziale per due fine settimana attraverso le varie pratiche della musica: canto, ascolto, suonare strumenti, movimento. I vari momenti si alternavano a lezioni, proiezioni video e riflessioni su come realizzare tali pratiche in un rapporto di cura e i processi che ne sono implicati.

• Cinque pomeriggi centrati su un incontro con gli ospiti dei vari reparti della RSA. Tali incontri avevano lo scopo di fornire un riscontro delle tematiche trattate, di esercitare osservazione e di avviare riflessioni che potessero condurre alla progettazione di interventi musicali che avessero come punto di partenza i soggetti stessi, la loro storia, le loro scelte, le loro passioni, gusti, stili ecc.

Adesso che abbiamo terminato esprimo la mia soddisfazione nel notare l’estrema attenzione dei partecipanti nei confronti del linguaggio musicale nella relazione con gli ospiti e attendo fiducioso la verifica che avverrà fra qualche mese circa gli sviluppi degli spunti offerti dal corso.

Confesso la mia difficoltà iniziale nell’evitare termini e concetti che appartengono al sapere musicale specialistico dei quali comunque ho sempre cercato di svelarne il significato.

Altra difficoltà, a proposito di linguaggio, quando i vecchi si rivolgevano a me in dialetto non capivo un parola, sarebbe stata una relazione assai difficile, menomale che c’era la musica.

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Il setting Itinerante

Vol III n.39

Un’azione, il suo contesto, l’ambiente. Che rapporto lega azione e ambiente? Questo ambiente condiziona quello che stiamo facendo e in che modo?In ogni pratica dove c’è di mezzo la parola “terapia”, non si sottovaluta mai l’ambiente dove si agisce, anzi, talvolta assume un aspetto dominante nella cura. Così anche in musicoterapia tutti gli aspetti che riguardano un incontro (luogo, orario, costo, ecc.) sono presi attentamente in considerazione e si parla di “setting”. Lo spazio fisico e la sua organizzazione hanno gran peso e ne parlano un po’ tutti i manuali. La funzionalità dell’ambiente all’attività svolta (dimensioni, forma, qualità acustica), la presenza di elementi che rendano riconoscibile il carattere dell’incontro (strumenti musicali), l’assenza di elementi che possano avere significati non coincidenti con l’oggetto del trattamento (colori, foto, pitture), la delimitazione rispetto ad altri spazi dove si fanno altre cose. Alcuni testi importanti indicano come requisito l’isolamento acustico da e verso l’esterno. In un centro per anziani sarebbe ideale avere una stanza con tutte queste caratteristiche (improbabile nella situazione economica attuale dei servizi), luogo che tornerebbe utile anche al musicoterapista che vedrebbe oltretutto consolidata l’immagine della propria professionalità (quello che ha la sua stanza). Mi sono posto in merito un paio di domande. Lavoro con una persona disorientata la cui patologia potrebbe essere malattia di Alzheimer. Non parla, non ha molte possibilità di scegliere quello che preferisce. Che faccio, la allontano da un ambiente dove forse è riuscita a trovare qualcosa di vagamente familiare e la porto nella stanza isolata acusticamente (quindi piuttosto disorientante)? Se svolgo un’attività isolata non rischio di perdere legami e continuità con quello che la persona vive quando è fuori della stanza? Sarà quindi giusto allontanarla da quel contesto comunque suonante e risuonante che sarà ben diverso da quello offerto nel mio incontro (breve)? Ecco come sono giunto ad avvicinarmi al concetto di “setting itinerante”. Una definizione che ha del paradosso essendo riferita a qualcosa che in principio è estremamente rigido, invariabile, precostituito, cornice stabile di un evento dinamico. Assumiamo come setting anche la cornice abituale in cui vivono le persone, un ambiente quotidiano fatto di strutture architettoniche, luci, arredamenti, ritmi delle varie attività e naturalmente di altre persone. Andiamo oltre, facciamo vibrare questa cornice, rivolgiamole i nostri suoni determinando un processo di armonizzazione che non riguarda esclusivamente l’ospite. Un semplice corridoio dopo che ci abbiamo cantato “è un’altra cosa” (lo dicono i suoi abitanti).  Suoni e musiche saranno inoltre calibrati sulla vita effettiva delle persone, su quello che si coglie stando nei loro spazi, parlando con chi le vede tutti i giorni pulendo loro la camera o servendo loro da mangiare. Il personale assistenziale potrà dal canto suo prendere atto di come la persona appaia in una condizione diversa dal solito, osservare una persona che si sta esprimendo.
“Il carrello della musica” Un elemento riconoscibile che definisce il contesto nei diversi momenti delle attività itineranti: un carrello di legno con tre ripiani sul più alto dei quali troneggia un vecchio grammofono di legno col diffusore a tromba dorata. Un mini impianto hi-fi, una chitarra, alcuni strumenti a percussione, almeno un tamburo grande,  dischi, cassette, spartiti,  saxofono personale e in alcuni casi un  riproduttore per dischi a 45 e 78 giri. Un collega (S. Iacopozzi), ha introdotto una variante aggiungendo un apparecchio a batterie per riprodurre musica. In questo modo può fare musica anche durante gli spostamenti, evocando ad esempio il suono di una banda di paese che si avvicina o allontana. Ilsetting viene proposto ancor prima di apparire visivamente. La mobilità inoltre consente, come sostiene un altro collega, Luca pozzi (Abbiategrasso, MI, conferenza del 29/9/2001),  di rispecchiare in musica un comportamento tipico della malattia di Alzheimer, il wandering. L’accompagnamento musicale di quello che viene definito “girovagare afinalistico” di queste persone dà loro dei punti di riferimento, un ritmo che aiuta anche noi nella ricerca di un senso di un’azione che ne appare priva.
Giacomo Downie casa di riposo “Il Gignoro” Firenze Articolo pubblicato sul sito www.pamonline.it

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“FRANCESCO, GLI ANZIANI E LE CAMPANE”

Vol III n.37

Articolo presente nell’archivo del sito www.pamonline.it Articolo di Giacomo Downie

Come annunciato traccerò una sintesi dell’esposizione dell’esperienza di Francesco Delicati che ho già pubblicato nel 1993 nel giornale della mia casa di riposo ; il paragrafo “Verifiche e valutazioni” è qui riportato per esteso. L’attività veniva svolta in gruppi di 8-12 anziani. Lo spunto di partenza fu casuale: il rintocco della campana di una chiesa vicina al luogo dove Delicati faceva musica con gli anziani. Da qui il via a un’attività di narrazione “quali erano i suoni che c’erano una volta e che adesso non si udivano più?” Il primo ad emergere alla mente degli anziani fu quello delle campane con il suo effetto di scandire le varie fasi della giornata. Alcuni anziani evidenziarono la sua funzione di “segnale”, la differenzazione del tocco a seconda della situazione e dell’avvertimento che doveva dare. Fu quindi sottolineata la “sparizione” o comunque la diminuizione del suono delle campane dovuta alla crescita del rumore ambientale, alla perdita delle finalità originarie o dell’attenzione ad essa “tanto tutti hanno l’orologio”. Successivamente vennero fatte ascoltare registrazioni del suono in tre diverse situazioni: a festa, a lutto e durante il temporale. Gli anziani colsero la diversità dello scampanio prestando particolare attenzione per il suono della “malacqua”. La campana nella tradizione popolare faceva parte di un complesso di scongiuri fatti per allontanare, fra le altre cose, anche il temporale. Sull’esempio del suono delle campane e delle sensazioni legate ad esso nacque un confronto sui suoni che piacevano di più e “quelli che non vi piacevano per niente”. Dai ricordi emerge l’uso di uno strumento il “crepitacolo”. Il ripresentarlo agli anziani è motivo di nuove narrazioni. Le attività proseguirono con la proposta di nuove situazioni-stimolo legate al tema della campana: la registrazione di frammenti di canti che parlano di campane ricordati dagli anziani; la successiva esecuzione con accompagnamento; l’invenzione di parole su un frammento melodico sulla campana; l’ascolto di canzoni sullo stesso tema tratte dal repertorio della canzone italiana; la registrazione di filastrocche e storie sulla campana e sul suo simbolismo sessuale; presentazione e improvvisazioni su campane tubolari; incontro e intervista con campanaio.

Verfiche e valutazioni

L’esperienza fatta conferma l’importanza del suono come linguaggio sociale della cultura di ciascuno e del gruppo e come linguaggio degli affetti, delle emozioni e della memoria. Questo è estremamente vero per il suono della campana, evento sonoro carico di contenuti simbolici e di significati, vera “impronta sonora” (Murray Shafer), uno di quei suoni peculiari verso i quali gli anziani hanno un atteggiamento, un attaccamento e una capacità di riconoscimento particolari. Si può dire che questo suono, di per sé semplice, ma al tempo stesso eterogeneo e complesso, è stato il vero e proprio contenitore delle varie esperienze proposte sulla campana. Grazie ad esso gli anzian hanno vissuto un’esperienza di coinvolgimento, di partecipazione e di contatto; lo testimonia il piacere provato nel raccontare, il risveglio della curiosità e dell’interesse, il miglioramento delle proprie capacità di socializzazione e di integrazione nel gruppo, il protagonismo e il recupero di un ruolo attivo e propositivo. In modo particolare, suscitata dall’ascolto dei suoni, la narrazione ha consentito agli anziani di raccontare le proprie esperienze in un clima di condivisione e di ascolto: non a caso un aspetto dell’esperienza narrativa è stato quello di un “sano contagio” tra i membri del gruppo che si è tradotto in una collaborazione e in uno scambio reciproco di ricordi e di esperienze. Il gruppo ha funzionato come cassa di risonanza, e come contesto che ha favorito la partecipazione di tutti: ciascuno ha potuto far emergere la sua identità, aprendosi all’esperienza secondo i propri tempi, rispecchiandosi e identificandosi in quello che diceva l’altro, attraverso il legame analogico, l’associazione e la dialettica del contrasto. Per quanto riguarda infine, l’interazione operatore-soggetto, ho fatto semplicemente da tramite tra la proposta e gli anziani, raccogliendo gli stimoli e i suggerimenti che venivano da loro, guidandoli nel percorso rievocativo e lasciandomi guidare a mia volta da loro. Dal punto di vista professionale e umano questa esperienza è stata per me molto significativa, e di essa sono grato agli anziani soprattutto per aver ritrovato con loro un pezzo della mia storia e delle mie radici.

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Progetto Anziani Musicoterapia VI Convegno Nazionale

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Vol II n.8

Progetto Anziani Musicoterapia VI CONVEGNO NAZIONALE in collaborazione con CSD casa di riposo “Il Gignoro” LA CANZONE IN MUSICOTERAPIA Firenze, 16-17 maggio 2009 Presentazione del disco “Frammenti” In un disco le creazioni artistiche “in musicoterapia” con anziani e malati di Alzheimer.


Presentazione:

Nel VI convegno del PAM intendiamo dare rilievo a una pratica, talvolta messa a margine nelle musicoterapie, che trova ampia applicazione nel ventaglio delle proposte di cura rivolte agli anziani, in particolare con problemi di tipo cognitivo, per la consistenza dei risultati che è in grado offrire. Nella nostra esperienza abbiamo incontrato tante persone in condizioni estremamente gravi che “se la cantano”. È un loro modo per sentirsi vive? Per far sentire che sono vive? Per liberarsi da una dimensione corporea troppo gravosa? Quante altre ipotesi possiamo applicare a questa forma, innanzitutto, di “autoterapia”? Si proporrà quindi un esame di tale pratica, del suo utilizzo in una relazione d’aiuto, delle tecniche che implica e dei repertori usati o da costruire. Si promuoveranno riflessioni e analisi di musiche, testi, forme, con la presentazione di esperienze e tutto ciò che possa far emergere le potenzialità del mezzo. Possiamo senza dubbio affermare che la canzone se “agìta” con estrema attenzione e sensibilità può essere un modo per comunicare anche con la persona demente intraprendendo con essa percorsi di attivazione e integrazione. Può essere impiegata nell’assistenza quotidiana per avvicinare l’ospite o il nostro caro come può essere indispensabile al musicoterapeuta esperto che in modo del tutto “spregiudicato” è in grado plasmarla continuamente in ogni suo aspetto nel “dialogo sonoro”. Può inoltre essere elemento fondamentale nella realizzazione di contesti stimolanti e al tempo stesso rassicuranti per la persona disorientata. L’iniziativa si rivolge pertanto a tutti coloro, specialisti e non, che si trovano quotidianamente a cercare soluzioni in attività di cura dell’anziano che sia mirata alla promozione della persona.

SEDE DEL CONVEGNO: CSD casa di riposo “Il Gignoro” Via del Gignoro, 40 Firenze
ISCRIZIONI E INFORMAZIONI: 334 5333560
infopam@tiscali.it sito di riferimento www.pamonline.it
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