Vol I n.34
Articolo già pubblicato in parti distinte all’interno della rivista con registrazione Vol I n.31 (Parte I) Vol I n.32 (Parte II) Vol .33 (Parte Iii)
Parte IV
Nella prima relazione il bambino e la madre sono sincronizzati mediante uno stesso linguaggio fatto di suoni significativi. Con la nascita si assiste, poi, all’uso discriminatorio dell’orecchio. Per questo Tomatis parla di “parto acustico”. Per Lévi-Strauss (Il crudo e il cotto) vi è una sorprendente affinità tra musica e mito poiché entrambi trascendono il linguaggio articolato e, pur servendosi del tempo, sono modalità vere e proprie per sopprimerlo. Nella musica come nel mito il ricevente si scopre significato del mittente. “La musica vive se stessa in me e io mi ascolto attraverso di essa”. Nel mito, come nella musica, si danno variazioni sul tema e non del tema, variazioni possibili e necessarie in entrambi allo scopo di evitare una monotonia che a lungo andare diventerebbe mortale. Afferma Kerényj (Miti e misteri): All’essenza del mito approdiamo solo se sappiamo che il mito è elaborazione a esso peculiare, non conclusa della realtà”. Il mito non è una storia piacevole è una realtà presente, è una resurrezione di un evento passato, resurrezione che è una garanzia per il presente che esso (mito) investe del potere del passato (Remo Cantoni, Il pensiero dei primitivi). Il mito è sottratto al divenire profano, ha abolito la storia ed è entrato in una storia esemplare. Dice Mircea Elide (Trattato di Storia delle Religioni) che la storia esemplare si può ripetere e trova nella ripetizione stessa il suo significato e il suo valore: “La storia che è stata in origine deve ripetersi perché ogni epifania primordiale è ricca, in altre parole non si lascia esaurire da una sola manifestazione”. Così è per la musica e i suoi significati. Ecco perché possiamo dire che l’ “interpretazione” di un pezzo musicale altro non è che l’estensione di nuovi spazi di significati, di senso. Allora, che cosa è il mito: il mito è l’essere in quanto contenuto di parola, non completamente fuori né completamente dentro la parola, ma presente nell’elaborazione; un contenuto non ancora irrigiditosi nella parola (Karl Kerényi, Miti e misteri). Il mito, così, prima di essere spiegato va ascoltato, come la musica. Analogamente, si potrebbe sostenere che la musica andrebbe ascoltata come la narrazione di un mito. Lévi-Strauss dice che il mistero della musica e ciò che rende il musicista simile agli dei sta nell’essere contemporaneamente e contraddittoriamente inintelligibile e intraducibile. La musica facilita il passaggio dalla vita alla momentanea separazione da essa. Lévi-Strauss afferma: “Mentre ascoltiamo la musica noi accediamo a una specie di immortalità”. In senso più generale, come afferma Schneider, la musica parafraserebbe la nascita ritualizzando la forza e l’energia di adattamento del singolo alla complessità della realtà. L’arte della musica, esprimendo in modo evidente una funzione di integrazione psicosomatica, di sintesi tra materia e spirito, sembra realizzare concretamente il sogno degli antichi alchimisti: quello di materializzare lo spirito e di spiritualizzare la materia. L’incanto della musica, del ritmo nella sua eterna ripetizione non costituisce un modello teorico-concettuale ma, piuttosto, una sfida a vivere fuori dal disegno tracciato dall’idea razionale di progresso all’infinito da cui i giovani si sentono spesso esclusi per le difficoltà a prendervi parte, a vivere da protagonisti. E’ per questo che c’è l’esigenza di tornare indietro a quel primitivo ritmo del corpo che, custodendo la prima origine del tempo, apre la speranza di un altro futuro, rompendo quell’esperienza del nulla, del vuoto, della assenza di significati che solo il rumore della musica e degli effetti speciali riescono momentaneamente a non far percepire, lasciando tutti nella completa alienazione, nell’assenza del proprio nome perso nella folla che nel suo anonimato ha inghiottito tutti i nomi. Ma, ecco, che nell’urlo primordiale collettivo vi è la ripresa di quell’atto fondativo delle prime comunità che non si sono raccolte intorno al fuoco, come vorrebbero alcune ipotesi psicoanalitiche, ma intorno al grido. Grido di guerra, grido di terrore, grido di gioia, di speranza, grido d’amore, di dolore, grido di morte. Anche gli animali gridano, anche il vento quanto minaccia la tempesta, anche il mare quando perde la sua calma statica, ma solo l’uomo si raccoglie intorno al proprio grido e, quando non ci sono gli eventi che l’anno provocato, li costruisce artificialmente per rintracciare le trame profonde che hanno fatto dell’uomo un essere in comunità. Espressione, interprete di questa trama profonda è la musica che nel suo ritmo originario precede la parola che diviene, poi, mezzo di comunicazione della comunità già costituita, già insediata. Se i nostri giovani, allora, per esistere devono ricorrere alla musica-grido, questo dovrebbe far rifletterci su quanto la nostra comunità non sia più accogliente, quanto vuote e mascherate siano le parole ben educate che li si scambiano, quanta solitudine di massa si aggira nelle nostre città dove ciascuno è dedito ai soli suoi traffici e dove mezzi di comunicazione servono solo a renderli più spediti, in quella “menzogna di civiltà”, come amava dire Nietzsche, nella quale il giovane stenta sempre più a trovare la sua dimora (U.Galimberti, Paesaggi dell’anima). Tutto questo il giovane lo dice, lo grida con quel linguaggio originario che è la musica nel suo tratto più primitivo, quello del ritmo, della natura, del corpo, del battito del cuore per ritrovare la traccia e la trama del proprio sé, la relazione tra “sé” e l’ “altro”, la relazione tra sé e il mondo.
Articolo terminato Prof. Ivano Spano Università di Padova pubblicato sulla rivista in 4 parti distinte.











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