Vol II n.5
Francesco Delicati PERUGIA
Musicoterapia: un termine che deriva dalla fusione di due concetti. Da un lato la Musica, e dall’altro la Terapia, il prendersi cura. Si tratta quindi di una disciplina specialistica (di carattere preventivo e terapeutico-riabilitativo) che utilizza l’espressione musicale, in quanto forma di comunicazione non verbale, come strumento per intervenire sulla sofferenza e il disagio (De Leonibus R. – Delicati F., 1991a). La musica viene proposta come mezzo e come stimolo per la crescita personale e lo sviluppo di funzioni quali l’affettività, la motricità, il linguaggio, ecc… Elemento importante all’interno della definizione della musicoterapia: la centralità del rapporto che si stabilisce tra paziente e musicoterapeuta, dove il linguaggio per comunicare è quello dei suoni. La situazione terapeutica si avvale perciò di una comunicazione agita prevalentemente verso il linguaggio non-verbale della musica, dove per “musica” s’intende l’intero mondo del suono e cioè: musica propriamente detta, suono/ritmo, suono/movimento, vocalità (De Leonibus R. – Delicati F., 1991b).
I principi base della pratica musicoterapica sono i seguenti:
- il lavoro è centrato sulle “parti sane” della persona e sulla valorizzazione di tutte le sue potenzialità residue (il paziente è parte attiva della terapia);
- la centralità del rapporto di fiducia e l’accettazione incondizionata rispetto al paziente;
- l’adattamento e la personalizzazione della tecnica volta per volta;
- l’accoglimento delle proposte della persona che vengono ampliate ed arricchite in uno scambio reciproco tra paziente e musicoterapeuta (Delicati F., 2001 e 2002).
La Musicoterapia Umanistica (MU) applicata ad anziani e a malati di demenza Alzheimer prende le mosse dal riconoscimento dell’unicità di ogni persona umana e del valore e della significatività che ogni vita rappresenta, anche quella vicina all’età della morte e quella colpita da malattie devastanti come l’Alzheimer.
Nessuna teoria, neanche la migliore, può pregiudicare il destino di un uomo. Questa affermazione rimette al centro dell’indagine e del fare terapeutico la persona, mentre la teoria diventa solo una “mappa” per conoscere meglio l’oggetto della conoscenza. L’importante è capire che la “mappa” non è il “territorio”.
Diceva K. G. Jung: “Il terapeuta deve ricordarsi che il paziente è lì per essere trattato e non per verificare una teoria”. La cosa importante non è l’invecchiamento, ma l’uomo che è vecchio. La cosa importante non è la malattia, ma l’uomo che ha la malattia. In questa prospettiva la scelta di un metodo non dipende dal suo valore intrinseco, ma dalla sua efficacia nei confronti di un dato individuo in un dato momento.
Mettere al centro del lavoro di musicoterapia la persona anziana o affetta da demenza, intesa nella sua globalità di corpo-mente-anima significa che:
va considerata come un individuo senza uguali, un essere unico, irripetibile, non totalmente definibile (Maslow A., 1971);
ogni essere umano è prezioso indipendentemente dal suo grado di disorientamento (Feil N., 1996);
esiste una causa dietro il comportamento delle persone molto anziane e disorientate (Feil N., 1996);
occorre dare senso ai comportamenti insensati e alle stereotipie, che vanno considerati come tattiche di sopravvivenza: l’arte di vivere è fondata su un’innata sapienza del corpo ed è governata dal principio del piacere, che assume compiutezza umana nel compiacimento e nell’agire porta all’accomodamento (Erickson M.H., 1982-84);
vanno utilizzate le potenzialità della persona e vanno considerati i suoi sintomi non solo come il segnale di una sofferenza o come manifestazioni di patologia, ma come il risultato di risorse bloccate e anche come strategie di comunicazione, come un mezzo di comunicazione e un messaggio dell’inconscio (Erickson M.H., 1982-84).
Il modello di Musicoterapia Umanistica si basa sulla relazione, sull’ascolto empatico, sull’accettazione incondizionata dell’altro per come è nel momento presente e sull’utilizzo del suono e della musica come mezzi per scoprire e sviluppare i potenziali e le risorse della persona. Si parte dal presupposto che ogni persona abbia in sé tutte le risorse necessarie per adattarsi all’ambiente. C’è una sostanziale fiducia nella persona che ha dentro di sé le potenzialità per superare le difficoltà nelle quali si trova e di venirne fuori (Rogers, 1961). Il musicoterapeuta si pone empaticamente all’ascolto dell’altro per cercare di scoprire come lui viva la realtà, cercando il senso del suo modo di essere e di comportarsi, andando a ricercare non ciò che manca, ma quello che c’è. Il musicoterapeuta suona “dialogando” con le persone di cui si prende cura.
La risonanza: convibrare con l’anziano e il malato d’Alzheimer
La persona anziana ricoverata vive dentro di sé una sorta di “frammentazione del sé”, con sofferenza, sensazione di perdita, disorganizzazione, depressione. Anche la persona demente vive dentro di sé una situazione di “disintegrazione” e di “frammentarietà” che la porta ad una fragilità nella vita affettiva e sociale e ad un’instabilità piena di ansia e angoscia. In termini musicali l’invecchiamento associato al ricovero e la Malattia di Alzheimer rappresentano la rottura di un ordine, la rottura di un’armonicità della persona. Attraverso la musicoterapia ci si può relazionare con la persona e riuscire a ritrovare l’ordine che sembrava perduto. Non si tratta di intervenire per o su una patologia, ma ci si relaziona con la persona. Tutto accade nella reciprocità, nella relazione, nel rispetto. La comunicazione autentica presuppone comprensione, risonanza da parte di un altro essere umano. Essa costituisce la fonte primaria della sensazione di sicurezza derivante dalla conferma del Sé. Nella relazione col paziente, al musicoterapeuta non interessa stimolare atteggiamenti imitativi, né operare con fini meramente ricreativi, ma dare al paziente la possibilità di esprimere se stesso in modo comunicante. Per questo egli si pone in ascolto di fronte alla materia-uomo che ha davanti, la quale, attraverso la naturale capacità di associare suono e movimento, suono e ritmo, suono e tonicità muscolare, può esprimere la sua parte emotiva, per natura intangibile. Il musicoterapeuta cerca la comunicazione col paziente riconoscendo ed attivando la capacità innata dell’uomo di “risuonare del mondo” e percepire “come il mondo risuona di lui”. L’essere umano è il primo strumento musicale: è un “corpo vibrante di onde che non sono mai soltanto sonore, bensì sonoro – tonico – comunicativo – emotive” (Cremaschi Trovesi G., 1996). Possiamo supporre una convibrazione con qualcosa di profondo come schemi motori, o di pensiero, emozioni, memorie. La risonanza ripropone alla persona anziana e demente il mondo di emozioni impresso nella sua memoria che il quel momento sta riaffiorando. La risonanza coinvolge e compenetra. Essa è la relazione che fa ritrovare un mondo che è in noi, è una relazione che non frammenta l’uomo nelle sue parti, ma lo rinvia alla sua unicità e originalità. Nei momenti in cui la persona anziana e demente ascolta, canta e fa musica con gli strumenti musicali, ritrova in un modo naturale, con tutta se stessa, una sensazione di unità. A questa integrazione corrisponde un dinamismo vitale che si traduce nella persona in una certa pienezza d’essere, una certa armonia e unità di vita affettiva, intellettiva e sociale.
Il dialogo sonoro
La musica è usata per influenzare direttamente il corpo, i sensi, i sentimenti, i pensieri o i comportamenti del paziente anziano e demente. Quindi il terapeuta “diventa una guida, colui che facilita, un ponte che porta il paziente in contatto terapeutico con la musica.” (Bruscia K., 1993). Nella Musicoterapia Umanistica il modello musicoterapeutico principale, integrato da altre tecniche, è quello del “dialogo sonoro” (Scardovelli M., 1992). Esso è un particolare tipo di interazione in cui vengono amplificati ed evidenziati attraverso il linguaggio sonoro certi aspetti della comunicazione:
- sintonizzazione sul piano temporale – ritmico – energetico;
- precisione nei tempi di risposta;
- equilibrio tra familiarità e novità nella variazione;
- creatività nella produzione di nuovi messaggi.
Tre sono i momenti fondamentali del Dialogo sonoro:
matching: il ricalco, combaciamento o sintonizzazione di alcuni aspetti della fisiologia (respirazione, tono posturale, gestualità) e del tono emotivo della persona;
pacing: letteralmente andare al passo con la persona assecondandola;
leading: guidare o condurre la persona in una nuova direzione.
Principi metodologici
L’approccio metodologico si basa primariamente sulla creazione di una relazione empatica con i singoli e col gruppo, basata su un rapporto di fiducia e un’accoglienza calda e incondizionata. Particolarmente importante è creare un’atmosfera disinvolta, centrata sull’ironia, la gioia e il buonumore. A questo scopo la seduta non è mai rigidamente strutturata, ma fluisce liberamente momento dopo momento e permette al processo terapeutico di svolgersi fenomenologicamente. L’attenzione costante alle risposte e ai segnali che provengono dal singolo e dal gruppo orienta il musicoterapeuta nella scelta dell’attività da proporre, ispirandosi a ciò che i malati suggeriscono e seguendo le “direzioni” che loro propongono (il loro progetto). Viene accolta in primis la proposta del soggetto che viene ampliata ed arricchita in uno scambio reciproco tra paziente e musicoterapeuta. Il lavoro è centrato sulle “parti sane” dell’anziano e del malato di demenza di cui vengono valorizzate tutte le potenzialità fisiche e intellettive residue; si parte da ciò che alla persona piace fare e da ciò che sa, puntando a mete accessibili nelle quali possa sperimentare una riuscita gratificante. L’intervento musicoterapeutico guarda alla globalità della persona (coinvolgimento di tutti i sensi, fantasia, movimento, emotività, funzioni cognitive) e di conseguenza utilizza tutte le potenzialità del linguaggio musicale: canto, ascolto, movimento, suono degli strumenti, danza. Vengono proposte “situazioni significative” attraenti per gli anziani e i malati dementi, capaci di attivarne la curiosità l’interesse e la motivazione e di favorirne la partecipazione in prima persona. C’è adattamento e personalizzazione della tecnica e delle proposte ai bisogni delle persone. Tutto ciò che avviene all’interno dell’incontro a livello musicale o relazionale è valorizzato come elemento di un “processo“; in questo senso il prodotto estetico finale ha una valenza molto relativa. Nel lavoro in gruppo si punta da una parte sulla socializzazione e sullo scambio comunicativo tra i membri del gruppo (che sentano di non essere soli), e dall’altra sulla valorizzazione del singolo nel gruppo stesso (l’approccio è personalizzato): la finalità è quella di farlo sentire utile e accettato.
Viene favorito il contatto corporeo: il musicoterapeuta sfiora e tocca le persone, li fa sedere molto vicini e lui stesso si avvicina molto alla soglia della riservatezza; inoltre viene favorito il contatto con lo strumento musicale.
Struttura degli incontri
Ogni incontro è concepito come un tempo ed uno spazio sonoro-musicale e relazionale nel quale, una volta fissate le coordinate di base (rappresentate dalle attività musicali) accadono degli eventi, si fanno degli incontri, si creano relazioni, si mettono in movimento energie. L’incontro, quindi, è una struttura dinamica che ha un inizio, uno svolgersi ed una fine; in esso l’elemento ritmo rappresenta l’acme, il momento della messa in circolo di energie, del movimento corporeo, delle emozioni (Delicati F., 2000). Nelle sue grandi linee l’intervento di musicoterapia prevede un percorso dinamico con la modificazione delle seguenti variabili:
Musica: passare dalla melodia al ritmo e ritorno e utilizzare brani musicali caratterizzati da pulsazione lenta per arrivare gradualmente a brani ritmati, con un aumento della velocità e concludere con un ritorno a tempi lenti.
Movimento: passare dallo stare fermi al muoversi sempre di più, coinvolgendo progressivamente tutte le parti del corpo, mettendosi in gioco ed appropriandosi della musica con il movimento del corpo intero, da seduti allo stare in piedi.
Spazio: passare da un uso limitato ad un uso ampio dello spazio.
Energia emotiva: passare da un coinvolgimento emotivo e affettivo contenuto ad un coinvolgimento intenso per ritornare a un coinvolgimento misurato.
Linee di intervento
Cercare di ricreare il clima delle “veglie” serali del passato, quando attorno a un focolare si andava a veglia presso una famiglia di amici o parenti e ci si intratteneva con racconti, canti e balli; ripristinando in qualche modo l’atmosfera del contesto/ambiente familiare e sociale in cui i canti furono appresi, fruiti, o sperimentati, si poteva consentire alla persona anziana e disorientata di ritrovare una modalità di intrattenimento più consona alla sua storia e ai suoi bisogni e rendere più facilitante il richiamo, il ricordo o il riapprendimento delle pratiche musicali come canto o ballo;
offrire un menù vario di attività musicali, in modo da assecondare e di andare incontro alle esigenze di ogni componente del gruppo;
prevedere una progressione nelle proposte: da attività musicale iniziale più calma e con minore coinvolgimento (l’ascolto di musica registrata) ad attività più coinvolgente e partecipante (il cantare in gruppo) per proseguire verso esperienze musicali sempre più coinvolgenti, sia a livello fisico che emozionale (il suonare strumenti a percussione, le sequenze ritmiche o la danza, l’improvvisazione strumentale) sempre più coinvolgenti sia a livello fisico che emozionale, per chiudere con un ritorno ai tempi lenti dell’inizio. L’obbiettivo è quello di favorire la partecipazione e l’espressione delle persone, facendole entrare gradualmente nel clima dell’attività;
partire dall’informale per arrivare alle regole, allo strutturato: si parte da una situazione informale, non costrittiva, senza precise consegne o regole, lasciando che le cose accadano da sole, e che le persone reagiscano liberamente agli stimoli della musica; i loro spunti, stimoli o reazioni vengono raccolti dal musicoterapeuta, e “rilanciati”, in modo amplificato, riproposti in una forma più strutturata, secondo il metodo di intervento del dialogo sonoro.
Attività musicali
Un programma di lavoro di musicoterapia prevede molteplici attività musicali per assecondare le esigenze e i bisogni di ogni persona che frequenta il piccolo gruppo. Nel lavoro vengono integrate tecniche attive e ricettive, tra cui: il canto di canzoni del repertorio della musica leggera e popolare, l’ascolto di brani musicali, l’associazione musica/movimento (dal rilassamento fisico, ai gesti liberi o strutturati in sequenze ritmiche, al ballo libero e alle danze popolari) l’improvvisazione strumentale. Queste attività musicali (integrate anche da terapia del ricordo e da attività extra-musicali) vengono usate singolarmente o in combinazione tra loro, a seconda dei soggetti, dei loro bisogni e degli obbiettivi da perseguire.
Strumenti di lavoro
Per lo svolgimento dell’attività è necessaria una dotazione di strumenti musicali a percussione (strumentario Orff): claves, triangolo, maracas, tamburi, piatto sospeso, piattini, maracas, xilofono, wood-block, sonagli…. Inoltre, anche material euritmici e oggetti (palla, stoffe, corda, foulards), oggetti della quotidianità, utensili della cucina, barattoli, vecchi strumenti musicali, oggetti del passato, materiali vari. Il musicoterapeuta fa uso di chitarra, fisarmonica, pianoforte, strumenti a fiato (flauti, clarinetto,…) strumenti a corda (violino, viola,…).
Lavoro di gruppo
In genere l’intervento di musicoterapia con anziani è di gruppo, con un numero di persone che varia dalle 8-10 alle 15 unità. Anche l’intervento con malati Alzheimer è di gruppo (dalle 5 alle 12 unità che vengono sottoposte a valutazione neuropsicologica). In alcune situazioni viene prevista una selezione di pazienti attraverso l’applicazione di criteri di inclusione determinati da strumenti operativi (ad es.: Mini Mental) il che comporta la costituzione di gruppi più omogenei a livello di malattia (ad es. tutti di grado “lieve-medio”). Tuttavia, anche il lavoro con gruppi “disomogenei” con livelli differenti di condizioni e di situazioni, pur comportando difficoltà, risulta comunque creativo e sempre pieno di sorprese, proprio perché è “ricca” l’esperienza umana. L’intervento individuale in genere non viene richiesto dai committenti (lo si attua solo nelle grandi istituzioni). All’interno di lavoro di gruppo è comunque possibile attuare interventi individuali. E comunque a chi fa musicoterapia di gruppo sono richieste delle competenze particolari.
Frequenza degli incontri
Un incontro o due a settimana, per la durata di un’ora-un’ora e mezzo, a seconda delle esigenze e dei bisogni delle persone e della gravità della malattia di demenza.
Luoghi e setting
Case di riposo per anziani, case protette e centri diurni per malati Alzheimer.
Collaborazione con l’équipe multiprofessionale
Nelle case di riposo per anziani sono previsti incontri di verifica e di monitoraggio del lavoro con le altre figure professionali, come geriatra, assistente sociale, educatori, animatori ed assistenti.
Nei centri diurni Alzheimer della U.S.L. ogni mese è previsto un incontro di verifica con le altre figure professionali che operano con lo stesso paziente. È previsto l’uso di schede di valutazione e di verifica del lavoro con il monitoraggio di alcune variabili significative (musicali e relazionali). Sarebbe utile poter accostare a questa valutazione quantitativa una valutazione di carattere qualitativo, oltre che raccogliere informazioni ed opinioni non solo da anziani e malati (laddove è possibile) ma anche dai familiari e dagli operatori che si prendono cura delle persone. Questo consentirebbe di avere un quadro molto più articolato e vivo rispetto all’andamento di linee di grafico o di schemi asettici.
Collaborazione con le famiglie
Il rapporto con i familiari è auspicabile proprio perché la visione e la stessa partecipazione al lavoro consente ad essi di verificare la validità del trattamento e in alcuni casi offre l’opportunità di “scoprire” aspetti del proprio anziano o malato inaspettati e sorprendenti. Occasioni concrete per far questo sono: l’incontro iniziale per la raccolta dei dati e delle informazioni sulla storia sonoro-musicale del soggetto, le feste e gli incontri conclusivi dell’attività, che risultano più efficaci delle parole per mostrare e monitorare i cambiamenti intervenuti. In un’ottica sistemica, vengono condotti piccoli gruppi di musicoterapia per familiari e malati Alzheimer (2-3 famiglie) e gruppi di musicoterapia e counseling per caregivers (familiari impegnati nell’assistenza a malati di demenza). Tali gruppi hanno ricadute ed effetti positivi nelle persone, sia nel rapporto con il proprio malato, sia nella gestione e nel vissuto della malattia stessa.
Bibliografia
Bruscia K.E. (1993) Definire la Musicoterapia, ISMEZ, Roma.
Cremaschi Trovesi G. (1996) Musicoterapia, arte della comunicazione, Ed. Scientifiche Ma.Gi, Roma.
De Leonibus R. – Delicati F. (1991a), “La musica come intervento sulla sofferenza e sul disagio”, in Rocca, pp. 48-52.
De Leonibus R. – Delicati F. (1991b), “Da un lato la Musica e dall’altro il Curare”, in Umbria, Anno I, n°3, pp. 56-59.
Delicati F. (2000), “Anziani e demenza senile”, in Musica et Terapia,”Quaderni italiani di musicoterapia, Anno 00, n°1, pp.27-38.
Delicati F. (2001), “La musicoterapia per il malato di Demenza Alzheimer”, in A.M.A.T.A. Umbria Informa, Foglio periodico di collegamento interno all’Associazione, n°8, pp. 2-6.
Delicati F. (2002), “Grazie alla musica van via tutte le malinconie”, in Anaste – Pro terza età, pp. 12-19.
Erickson M.H., (1982-84) Opere, Astrolabio, Roma.
Feil N., (1996) Il metodo Validation, Sperling e Kupfer Editori, Milano.
Maslow A., (1971) Verso una psicologia dell’essere, Ubaldini, Roma.
Rogers C. (1961) Terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze.
Scardovelli M. (1992) Il dialogo sonoro, Cappelli, Bologna.
Francesco Delicati Perugia
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